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PRIDE MONTH, QUANDO I DIRITTI DIVENTANO PRODOTTO.

PRIDE MONTH, QUANDO I DIRITTI DIVENTANO PRODOTTO.
  • PubblicataLuglio 1, 2026

La comunità LGBTQIA+ da sempre soffre l’ignoranza della società, spesso fomentata dai politici di turno e/o dai giornali schierati. Motivo per cui, sulla scia dei moti di Stonewall, nacque il Pride, la parata per la riappropriazione e la riaffermazione di esistenza di una comunità composta da persone, uguali e diverse da me, da te che stai leggendo e da chiunque.

Il Pride voleva dire “NOI ESISTIAMO, RESISTIAMO E BALLIAMO SULLA VOSTRA IGNORANZA BIGOTTA”.

Poi? Poi quel cancro che si chiama capitalismo, quel mostro a due teste, più forte di satana, si è svegliato e ha capito che, così come col marketing e il business religioso, anche la comunità arcobaleno era remunerativa. Chi è gay, lesbica, o comunque appartenente alla comunità LGBTQIA+, compra oggetti a tema, oserei dire brandizzati, per atto di orgoglio, “rivoluzione” di carta, e chi non lo è ma appoggia le idee che orbitano intorno al tema, compra per “atto solidale“.

Quando una bandiera arcobaleno, sgranata e stampata male, su una maglia, diventa oggetto nel mercato, non stai scegliendo un messaggio da indossare, stai comprando l’idea di chi per quei diritti, per quei traguardi, magari è anche morto.

È il parallelo che sento di fare con la tomba di Marx, uomo che in vita fu anticapitalista fino al midollo, ma che oggi costa 4 euro la visita. La chiara espressione della vittoria del nemico. Perchè anche l’idolo del comunismo, il suo fondatore, ha un prezzo, 4 euro al ticket.

E come Karl Marx, anche i diritti civili, la lotta, la vita di chi ha dovuto nascondersi o di chi ha dovuto vivere una vita non sua, diventano un brand al pari di Adidas, Nike, Lotto, Diadora, BMW.

Chi ama ha un prezzo?

A quanto pare sì, e la cosa peggiore è che la stessa comunità LGBTQIA+, sempre più spesso è connivente. Il Pride, infatti, diventa soldi, potere, gestione di eventi, asset, politica, poltrona, capitale, lasciando sparire, fino a renderlo un misero pretesto, ciò che dovrebbe essere il nucleo: la lotta per i diritti.

Il Pride Month, allora serve?

Se lo intendiamo ancora come una finestra temporale volta alla sensibilizzazione su una comunità ancora vittima di politiche oscurantiste, settarie e anacronistiche, allora sì… Ma se deve continuare ad esistere con la sua attuale costituzione, no. Meglio lottare nei gazebo, con le raccolte di firme e con i flashmob. Ha più senso!

Un po’ come il Primo Maggio, oggi l’anticamera di ciò che dovrebbe essere, addirittura spogliato della sua essenza e viziato da sindacati che lo usano per far vedere la loro forza organizzativa, coi cantanti del momento, piuttosto che per parlare di ciò che riguarda i lavoratori, ovviamente ancora abusati dai potenti, spesso dallo stato.

Un futuro pulito è possibile?

Se non si supera il capitalismo, anche io prima o poi sarò comprato, quindi no.

Ma fino ad allora, segui Tutto Qui, l’informazione libera!

Felice Vicidomini

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