Caricamento…
Uncategorized

PERCHÈ AFD DOMINA NELL’EST GERMANIA?

PERCHÈ AFD DOMINA NELL’EST GERMANIA?
  • PubblicataSettembre 14, 2026

Perché l’estrema destra vince nell’ex DDR?

Non e’ solo questione di immigrazione. I numeri raccontano una storia che da sola non basta.

Alle federali di febbraio 2025 Alternative für Deutschland ottiene il 20,8 per cento a livello nazionale, ma in tutti i Laender dell’est supera il 30 per cento, con il 38,6 in Turingia, il 37,3 in Sassonia e il 37,1 in Sassonia-Anhalt. Alle regionali del 2024 il partito era già al 32,8 in Turingia, al 30,6 in Sassonia e al 29,2 in Brandeburgo. Il 7 settembre 2026 in Sassonia-Anhalt arriva il salto che cambia scala: 43,8 per cento, 38 collegi uninominali su 41 vinti e un’affluenza record del 77,8 per cento.

Non è più solo il partito che raccoglie chi non votava, è il partito che inizia a prendere chi prima votava CDU.

Per capire perché bisogna partire dal 1990, non dal 2015. Nella Germania Ovest c’è stata la lunga e dolorosa elaborazione del passato, la Vergangenheitsbewaeltigung, fatta di scuola, processi, dibattiti nelle famiglie sul nazismo.

Nella DDR la narrazione ufficiale era opposta. Noi siamo il primo stato antifascista tedesco, il fascismo e’ l’ultima conseguenza del capitalismo, quindi noi socialisti siamo per definizione antifascisti. Come spiega lo storico Ilko-Sascha Kowalczuk, questa formula ha anestetizzato la società. Non c’è stato un vero confronto con le responsabilità personali e familiari. Quando il Muro cade, crolla anche l’impalcatura ideologica che teneva in piedi quell’antifascismo di stato. Resta un vuoto che non è mai stato riempito.

La riunificazione poi non e’ stata un’unione tra pari, ma un assorbimento. La Treuhand, l’ente creato per privatizzare le aziende della DDR, chiude o svende circa l’85 per cento delle imprese statali in quattro anni. Milioni di posti di lavoro scompaiono. Le donne, che nella DDR lavoravano quasi tutte, perdono gli asili e gran parte della loro autonomia economica. Tra il 1991 e il 2010 l’est perde quasi due milioni di abitanti, soprattutto giovani e laureati che si spostano a ovest. Interi quartieri di Plattenbau si svuotano, citta’ come Hoyerswerda o Bitterfeld perdono un terzo della popolazione. Il messaggio implicito che arriva a chi resta e’ che la propria biografia non vale. Chi rimane scopre che a parità di lavoro, stipendi e pensioni sono più bassi del 20-25% rispetto all’ovest, che i dirigenti, i professori, i giudici e i capiredattori arrivano dall’ovest. Ancora oggi solo il 12 per cento dei ruoli apicali nell’est è occupato da persone nate nell’est. Questo genera un sentimento anti-establishment profondo e particolare. Non è anticomunista nel senso occidentale del termine. E’ anticomunista perché odia la dittatura della SED e la Stasi, ma e’ anche anticapitalista perchè il capitalismo per quella generazione ha significato umiliazione, disoccupazione e declassamento. AfD intercetta entrambe le rabbie, mentre Die Linke, erede del partito comunista, non ci riesce più (esattamente come il PD in Italia).

C’è poi un terzo elemento che pesa da trent’anni ed è il razzismo dell’ovest verso l’est.

Ossi e Wessi non sono solo soprannomi. Ossi e’ diventato sinonimo di lamentoso, nostalgico, incapace di adattarsi, il cosiddetto Jammerossi. Wessi è diventato sinonimo di arrogante colonizzatore, il Besserwessi. Bauscia e Casciavit milanesi, per intenderci (Interisti e Milanisti storici). Nei media, nei film, nelle aziende, l’est e’ stato spesso descritto come piu’ autoritario, piu’ razzista, meno democratico. È una forma di razzismo interno, un orientalismo tedesco. Quando nel 2015 Merkel dice Wir schaffen das, nell’est dove per quarant’anni non c’era stata quasi immigrazione e dove i pochi vietnamiti e mozambicani presenti nella DDR vivevano segregati, l’accoglienza viene percepita come l’ennesima decisione presa a Bonn e poi a Berlino senza chiedere. AfD ribalta questo stigma. Dice che sono loro i veri tedeschi, quelli che hanno sofferto due dittature, quelli traditi dalle elite. Non siete voi il problema, sono gli altri. È un meccanismo di rivalsa identitaria potentissimo.

Infine c’è una questione di povertà e di dolore che non passa. L’est non è più povero come nel 1995, ma lo è in modo strutturale. Il tasso di proprietà della casa è più basso, il patrimonio medio familiare è la metà di quello dell’ovest, i salari sono più bassi e i contratti più precari. E soprattutto ci sono meno ancore sociali: meno sindacati, meno chiese, meno associazioni forti, perche’ la DDR aveva distrutto la società civile autonoma. Dove c’è meno capitale sociale c’è più paura del futuro. Gli studi elettorali mostrano che il voto per AfD nell’est non é più solo maschile e anziano come si pensava.

Nel 2026 in Sassonia-Anhalt cresce moltissimo tra gli under 30 uomini al primo voto, ma anche tra operai e disoccupati di lunga durata. Non votano AfD perchè sono tutti neonazisti. ANZI.

Una minoranza lo è. E non differisce in nulla dallo stalinismo puro: omofobia, xenofobia, razzismo, machismo. Potrei continuare, ma l’elenco sarebbe lunghissimo!

La maggioranza di quella grassa percentuale vota AfD per dire che esiste, che è stata dimenticata e che ora vuole far provare agli altri la stessa paura che ha provato per trentacinque anni, quella di sparire. Umoristico, no?

L’estrema destra vince nell’ex DDR perché lì si incontrano tre fallimenti non elaborati.

Il fallimento dell’antifascismo comunista, dittatura snche peggiore, visto che tradisce la sua causa natale, il fallimento della promessa capitalista della fioritura dei paesaggi dell’est e il fallimento del rispetto reciproco tra est e ovest.

Finche’ la politica di Berlino tratterà l’est come un laboratorio da rieducare con un cordone sanitario, invece che come una ferita da curare, quel 44 per cento sara’ solo l’inizio.

Situazione simile in Italia. La destra non vince perché migliore della sinistra, vince perché parla agli italiani, li punge nelle loro paure, gli crea problemi e promette di risolverglieli.

Fa ciò che la sinistra non vuole più fare: ascoltare (o fingere a scopi elettorali) di ascoltare il popolo.

A 100 anni quasi da Hitler, non abbiamo imparato nulla.

Felice Vicidomini

Condividi ora:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *