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Alla scoperta della “MARONNA ‘E VAGNE”

Alla scoperta della “MARONNA ‘E VAGNE”
  • PubblicataGiugno 5, 2025

Maria SS. Incoronata che si venera nella frazione Bagni è una delle “Sette sorelle”, ovvero quelle madonne campane di particolare devozione popolare. La sua storia è strettamente legata alla vicina fonte d’acqua ritenuta miracolosa – ‘o fuosso – deviazione del fiume Sarno. La leggenda vuole che qui il mercoledì dell’Ascensione si sia immersa una scrofa ricoperta di scabbia e che abbia ricevuto immediata guarigione (anche se non mancano autori come Budi, Zoppi e Falcone che sostengono che la scrofa abbia trovato nella pozza una statuetta o un quadro della Madonna, come accade con le galline a Pagani). Da quel momento comunque la devozione fu tale che iniziarono veri e propri pellegrinaggi per sanare i mali della pelle e spirituali. Perciò l’Ospedale degli Incurabili di Napoli, grazie alla disponibilità del patrizio nocerino Angelo Calenda, dispose la costruzione di una piccola casa di cura nei pressi con una cappella rurale. Inizialmente quindi la finalità assistenziale prevalse sul culto, ma dopo poco tempo (1612) fu decisa l’edificazione della chiesa che, ampliata nel 1717 e arricchita in quello stesso secolo sia dalla Collegiata di S. Giovanni Battista (da cui dipenderà fino al 1955), sia dal Principe Doria d’Angri, si presenta come la ammiriamo oggi, in un suggestivo tardo-barocco napoletano. Ma un culto non si diffonde senza la sua icona, così con atto notarile a metà del ‘600 fu commissionata una tela di 25 ducati al pittore torrese Simone Villano, con la Madonna e il Bambino adagiati su una nuvola, San Giovanni Battista a sinistra, S. Giovanni Evangelista a destra e sullo sfondo la fonte miracolosa col popolo e le armi (insegne) di “detta Terra d’Angri” (che detenne il patronato fino al 1928 e ancora detiene la proprietà del terreno su cui sorge la fonte). Nei secoli successivi il culto si mischiò al folklore, originando suggestivi rituali tra cui quello del bacile con le rose, pratica peraltro ancora diffusa nella zona, consistente nell’adagiare petali di rose nell’acqua la sera del mercoledì o del sabato dell’Ascensione, e di lavarsi con quell’acqua benedetta la notte da un angelo. Ancora, accanto alla fonte vi è ancora oggi una fontana la cui acqua potabile conserva i suggestivi tratti miracolistici, e avviene una speciale benedizione con una penna di gallina immersa in olio benedetto. La parte più folkloristica però, ricordata anche da Aniello Califano (autore de “’O surdato ‘nnammurato”) in una sua canzone, è rappresentata dal celebre “carrettone”, un carro trainato da cavallo ornato di foglie, nastri e trine colorate o il “chirchio”, un cerchio parimenti decorato, spinto dai ragazzini attraverso un bastoncino e infine dalle tammorriate, ancestrali motivi che scandiscono il duro lavoro dei campi e che ancora oggi affollano il piazzale del Santuario (chiesa giubilare per il 2025) nelle serate della festa. La ricorrenza quest’anno cadrà il 1 giugno, con le consuete celebrazioni della Parrocchia, retta da Don Mimmo Cinque, e dalle danze delle tammurriate.

Giuseppe Pio Troisi

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