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Jonathan Bazzi e il suo “isolamento digitalmente affollato”.

Jonathan Bazzi e il suo “isolamento digitalmente affollato”.
  • PubblicataMaggio 28, 2025

Da scrittore finalista del Premio Strega a “isolato digitale”. In pochi anni, lo scrittore Jonathan Bazzi è diventato l’emblema italiano di un fenomeno che in Giappone è definito “hikikomori” e che lui definisce il suo “isolamento digitalmente affollato”.

“Non esco di casa da mesi, ordino la spesa e i farmaci a domicilio. Spendo i miei risparmi comprando vestiti che non indosso”: così si è sfogato Jonathan Bazzi, autore del libro, “Febbre”, finalista al premio Strega 2020, in una lunga lettera pubblicata di recente sul Corriere della Sera in cui ha raccontato la sua esperienza che, a quanto pare, non è poi tanto singolare.

“Da alcuni mesi evito di uscire di casa. Senza che lo decida davvero, le giornate iniziano, finiscono ed è successo di nuovo. Lavoro a casa ormai da anni, ma prima andavo al supermercato, frequentavo le lezioni di yoga e di altre discipline che mi incuriosivano. Avevo un ritrovo fisso con gli amici per l’aperitivo, nel fine settimana tornavo a pranzo da mia madre. Ora ordino la spesa, e persino i farmaci, a domicilio, seguo corsi online, faccio i saluti al sole incastrato tra il tavolo e il divano, rimando appuntamenti e uscite fino a dimenticarmene, interagisco con la mia famiglia d’origine nel gruppo WhatsApp, nonostante ci separino venti minuti di automobile”, rivela lo scrittore.

Bazzi ammette però di non poter dire “di esserne scontento: per un verso, è esattamente quello che voglio”, anche se “non ci rendiamo conto dell’influenza che la solitudine autoimposta, desiderata, ha sulla nostra vulnerabilità. Molte delle persone che ho intorno sembrano orientate dallo stesso obiettivo: stare il più possibile ritirate, protette nel santuario privato di casa propria, col partner, magari il cane o il gatto, in una specie di cura di sé a oltranza e senza obiettivi precisi. Una sorta di estensione della sindrome della capanna di cui si parlava negli anni del Covid”.

Per Jonathan, “meno usciamo, meno siamo disposti a uscire” e una delle cause di questo isolamento voluto e desiderato sarebbe lo smartphone e le conseguenze del suo utilizzo quotidiano: “Gli esperti dicono che la comunicazione digitale inibisce la ricerca di contatti diretti: la voglia di vedersi dal vivo, nell’iperstimolazione della messaggistica, retrocede sempre più sullo sfondo. Smettiamo di sentirne il bisogno”.

Un isolamento che si traduce in dati numerici tanto significativi quanto inquietanti: “La sezione apposita del telefono mi informa che ho una media giornaliera di utilizzo pari a 10 ore e 24 minuti. Sullo smartphone faccio molte cose, compreso sentire amici e conoscenti. Dalle sei del mattino a mezzanotte, in un flusso ininterrotto di link, video, sticker e meme”.

La sua teoria è che “se vogliamo passare così tanto tempo da soli è perché, oggi, non ci sentiamo mai davvero tali: lo sciame social ci segue dappertutto, i contatti sono intensi, sebbene confinati allo schermo”.

In questo stile di vita (non) vissuta da Bazzi, “casa, comfort e cura di sé compongono una costellazione ricorrente in questo isolamento digitalmente affollato. A venire a mancare è il desiderio di incontrare, fisicamente, l’altra persona”.

Lo spazio casalingo, dunque, funge da scudo protettivo per difendersi dalle inquietudini provenienti dall’esterno: “In un mondo percepito come ostile, concentriamo le nostre vite nell’aggiustamento domestico. Tanto a casa ci arriva tutto, possiamo fare tutto: mangiare, curarci, studiare, conquistare diplomi e attestati, fare shopping e fare attivismo, appagare la libido o guadagnare con quella altrui, seguire in video-call maestri spirituali, recitare mantra con persone da tutto il mondo. Istigato dall’algoritmo, che ormai conosce tutti i miei punti deboli, spendo i miei risparmi comprando vestiti che non indosso, dato che evito le occasioni in cui potrei metterli. A tanti amici accade lo stesso: tanto poi ci si rivende tutto sull’app per l’usato. L’economia moderna ha sempre meno bisogno delle nostre interazioni dal vivo: ci invita all’introversione”.

Pur consapevole del suo isolamento digitale, però, Bazzi conclude la sua lettera invitando(si) a una reazione: “Se i comfort deformano la nostra prospettiva, c’è bisogno di uno scatto, critico e sentimentale, che elevi il nostro desiderio più in alto della sola autoprotezione. Le case di cui abbiamo parlato finora sono anche metaforiche: viviamo in un tempo a bassissimo tasso di creatività, sempre meno persone sentono di potersi permettere di lasciare le stanze note per inoltrarsi verso significati e storie ancora da scoprire”.

Francesco Rossi

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