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Cultura

FOTO CHE HANNO FATTO LA STORIA: GEORGE GILLETTE

FOTO CHE HANNO FATTO LA STORIA: GEORGE GILLETTE
  • PubblicataDicembre 28, 2025

La lacrima di George Gillette: un grido silenzioso contro l’ingiustizia

Il 21 aprile 1948, un obiettivo fotografico catturò un frammento di verità che nessun tempo potrà cancellare. Un uomo in giacca e cravatta, in piedi davanti ai microfoni, scoppiò in lacrime mentre stringeva tra le mani un documento. Si chiamava George Gillette, ed era il leader delle tribù Mandan, Arikara e Hidatsa, che da secoli abitavano le terre lungo il fiume Missouri, nel Nord Dakota.Quel foglio non era solo un trattato. Era la cessione forzata delle terre ancestrali del suo popolo al governo degli Stati Uniti. Oltre 600 chilometri quadrati — con case, scuole, chiese, campi coltivati — sarebbero stati sommersi per costruire la diga di Garrison, un progetto idroelettrico che avrebbe fornito energia a migliaia di famiglie americane. Ma a quale prezzo? Gillette lo sapeva: sapeva che con quella firma stava consegnando il futuro del suo popolo all’acqua. Sapeva che non c’era scelta. Se si fosse rifiutato, non ci sarebbe stato alcun risarcimento, bensì silenzio, violento come una sentenza alla sedia elettrica (sport nazionale americano, specie se sei diversamente bianco o very american).

Soltanto distruzione

Il governo degli Stati Uniti aveva già dimostrato di non avere scrupoli nel trattare con i popoli indigeni, al pari dei coloni israeliani che si impossessano di terre non loro, e Gillette sapeva che la sua gente sarebbe stata costretta a pagare il prezzo più alto. Con le lacrime agli occhi, infatti, pronunciò parole che ancora oggi fanno vibrare le coscienze: «Oggi firmiamo sotto protesta. Le nostre mani sono legate, ma i nostri cuori sono tristi.» Era un atto di resa, ma anche un atto di resistenza. Gillette stava dicendo al mondo che il suo popolo non era affatto d’accordo con ciò che stava accadendo, che non avrebbe mai accettato di essere costretto a lasciare la sua terra.

Dopo quella firma, però, l’acqua salì. Inghiottì villaggi, spezzò comunità, seppellì sotto il fango secoli di storia, spiritualità, vita. La diga di Garrison fu completata nel 1953, e il lago artificiale creato dalla diga, sommerse oltre 300.000 acri di terra, costringendo oltre 1.500 persone a lasciare le loro case. Ma quella fotografia — George Gillette che piange davanti ai fotografi — rimase lì, come un pugno nello stomaco, come prova di quanto sia sempre stato dannoso il capitalismo, sprezzante della dignità e della vita.

Un grido silenzioso contro l’ingiustizia, di quella travestita da progresso. Un simbolo di dignità, di resistenza, di dolore trattenuto fino all’ultimo secondo, ma impotente contro il dio denaro.

Ancora oggi, ci ricorda che la modernità, se non ha memoria, può diventare una forma di violenza, che un documento può valere più di una terra e che il capitalismo ha dato un prezzo a tutto, vita umana inclusa…

George Gillette non pianse solo per la sua terra.

Pianse per tutti coloro che, nel nome del “futuro”, sono stati costretti a rinunciare al proprio passato. Pianse per i bambini che non avrebbero mai conosciuto la vita sulla terra dei loro antenati. Pianse per le donne che avrebbero dovuto lasciare le loro case e le loro comunità. Pianse per un popolo che era stato costretto a scegliere tra la sua terra e la sua sopravvivenza.

Se il progresso non è funzionale e non è migliorativo, allora non è necessario. Ma i soldi, purtroppo, plasmano il mondo secondo le esigenze di chi ne possiede, cambiando leggi (vedi Trump e Berlusconi) e divorando il mondo da impuniti (Epstein e P Diddy).

Conclusione

Io, seguendo una linea francescana della vita, nonostante non abbia fatto un voto di povertà, conscio che qualcosina di soldini in più ti permette di vivere meglio, ho però deciso di battermi per gli ultimi: battaglie progressiste (vere), tutela della vita, della dignità, dei poveri, degli indifesi, delle famiglie, degli animali, dell’ambiente e dei diritti civili e sociali. Oltre il binomio destra-sinistra, oltre l’appellativo, spesso svuotato, di “comunista”, oltre il neoliberalismo.

Il giornalismo, per me, può essere strumento atto alla consapevolezza delle masse, diffindendo realtà e fatti come attivismo sociale per esigenza morale.

Questo è il mio percorso, il mio obiettivo: sbugiardare le inesattezze, un articolo alla volta, un’indagine alla volta, un saggi alla volta, per l’esigenza di diffondere consapevolezza e smontare la propaganda del capitale.

Felice Vicidomini

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