
Un viaggio lungo il Cammino Portoghese, tra fatica, vesciche, incontri e paesaggi. Matteo Eulogio racconta la sua esperienza: dalla voglia di staccare dalla routine all’arrivo davanti alla Cattedrale di Santiago.
Ci sono viaggi che cominciano con una valigia pronta e altri che iniziano molto prima: dentro di noi.
Quello di Matteo è nato dal desiderio di fermarsi, di allontanarsi per un po’ dalla frenesia del lavoro quotidiano, dagli schermi e dalla routine. Un bisogno di fare spazio, di mettersi alla prova e di scoprire cosa sarebbe successo uscendo dalla propria zona di comfort.
La destinazione è Santiago di Compostela. La strada scelta è il Cammino Portoghese Centrale, con partenza da Porto. Uno zaino di appena sette-otto chili, una credenziale da pellegrino, una conchiglia legata allo zaino e tanti chilometri davanti.
Ma il Cammino non è soltanto una strada da percorrere. È fatica, dolore, solitudine, incontri casuali che diventano importanti, paesaggi che rimangono impressi e piccoli gesti capaci di cambiare una giornata.
È anche la storia di piedi pieni di vesciche e della decisione di non salire su quell’autobus. Di un «Ci vediamo a Ponte de Lima» detto quasi come una sfida. E di un amico incontrato lungo la strada che, qualche ora dopo, aspetta incredulo il suo arrivo.
È la storia di un viaggio fatto di passi, ma soprattutto di persone e di scoperte.
Abbiamo incontrato Matteo per farci raccontare il suo Cammino, dall’inizio alla fine.
1. Cosa ti ha spinto a partire per il Cammino di Santiago? C’è stato un momento preciso o un’esigenza specifica?
C’è un fatto fondamentale da premettere: io sono una persona molto pigra e non sono mai stato uno da grandi camminate. Per me la spinta iniziale è stata un vero atto di rottura. Avevo il bisogno profondo di staccare la spina dai ritmi serrati del lavoro quotidiano e dall’overdose di schermi, mettendo da parte la routine per mettermi in gioco in qualcosa che fosse l’esatto opposto della mia zona di comfort. Volevo fare pulizia mentale e dimostrare a me stesso di poter superare una sfida prima di tutto fisica e personale. Partire è il primo passo, tutto il resto arriva da sé.
«Partire è il primo passo, tutto il resto arriva da sé.»
2. Come hanno reagito le persone vicine quando hai detto loro che saresti partito?
C’è stato un misto di curiosità e velata incredulità. Chi mi conosce nella vita di tutti i giorni faceva fatica a immaginarmi con uno zaino in spalla a macinare chilometri. Nonostante le perplessità iniziali, l’incoraggiamento non è mancato, accompagnato dalle classiche raccomandazioni sulla fatica e sulla cura dei piedi.

3. Quale percorso hai scelto di affrontare e come ti sei preparato?
Ho scelto il Cammino Portoghese Centrale, consigliato da Fulvio, un cugino di mia mamma che lo aveva fatto in primavera. Per il bagaglio ho fatto un lavoro di taglio chirurgico per rimanere attorno ai 7-8 kg, ma la mia vera preparazione spirituale e mentale è iniziata a casa, sul Vesuvio. Lì ho incontrato Lino Pignotti ed altri pellegrini pronti a partire nelle settimane successive. Ci siamo presentati, abbiamo condiviso motivazioni e paure; in quel contesto ho ricevuto la credenziale del pellegrino, timbrata e benedetta dal parroco. Quel momento di condivisione e l’augurio di “Ultreia y Ánimo” sono stati il vero punto di partenza prima ancora di imbarcarmi.

4. Ricordi il primo giorno di cammino? Quali erano le tue sensazioni nei primi chilometri?

Il punto di partenza è stato la Cattedrale di Porto. A pochi passi da lì c’era l’officina del pellegrino, dove ho comprato la classica conchiglia (la concha) da legare allo zaino e fatto mettere il primo timbro sulla credenziale. Lì si sono incrociati l’adrenalina del debutto e il timore di non essere allenato. Nei primi chilometri ti ritrovi da solo con il tuo passo, impari a seguire le frecce gialle e capisci che devi solo fidarti della strada.

5. La gestione della fatica, delle vesciche e degli incontri: c’è stato un momento in cui hai pensato di non farcela?

Il Cammino ti mette di fronte a una fatica spietata. Già dal primo giorno ho dovuto combattere con pesantissime vesciche. I momenti di sconforto sono stati molteplici, ma qualcosa dentro di me mi ha dato la forza per non fermarmi. Come amo dire: “Sei tu e tu”. Tra gli incontri lungo la strada, il più significativo è stato con Frederich, per tutti Fred, un cinquantenne francese della Normandia che vive a Barcellona. Un barchero che lavora con la sua barca a vela per i turisti e la sera suona la chitarra (in francese) con gli amici nei locali di Barcellona. Fortissimo, al suo terzo Cammino, ho scoperto che è nato un giorno dopo di me e, parlando in spagnolo, abbiamo legato subito.
L’episodio chiave è stato verso Ponte de Lima. La mattina presto reincontro Fred che, insieme a una signora di Malaga, si ferma sul ciglio della strada per medicarmi i piedi. Visto come stavo messo, Fred era preoccupatissimo e ha persino cercato gli orari di un autobus. Ma per me salire su quel bus avrebbe significato cedere. Gli ho detto: “Ci vediamo a Ponte de Lima, ti devo offrire una birra” e l’ho fatto ripartire.
Ho continuato da solo, lentissimo, alternando le scarpe chiuse ai sandali aperti per resistere al dolore. Sono arrivato al ponte romano di Ponte de Lima verso le 17:30. Fred era lì, mi ha visto da lontano incredulo, ha urlato “Matteo!” ed è corso ad abbracciarmi. Nessuno pensava potessi farcela. Lì gli ho detto: “Vedi? Ora ti posso offrire quella birra”. È stato un momento fortissimo.
«Vedi? Ora ti posso offrire quella birra».
6. Com’è la routine quotidiana di un pellegrino e cosa si prova a vivere con lo stretto necessario?

La routine è essenziale: sveglia prima dell’alba, cammino fino al primo pomeriggio, cura metodica delle vesciche, bucato a mano negli albergue e riposo. Ridurre tutta la propria esistenza a 7-8 kg sulle spalle ti fa comprendere quanta sovrastruttura e quante cose inutili accumuliamo ogni giorno. È stato uno scambio costante, una crescita continua, un imparare cose nuove giorno per giorno. Ho conosciuto tantissime persone da ogni parte del mondo: America, Taiwan, Austria, Germania, Spagna, Russia. Condividere pensieri e sensazioni per me è molto importante.
7. Cosa hai provato quando sei finalmente arrivato davanti alla Cattedrale di Santiago di Compostela?

L’emozione fortissima è arrivata nelle prime ore del mattino dell’ultimo giorno: camminavo verso Santiago ed ero particolarmente emozionato, con le lacrime agli occhi al pensiero di essere arrivato fin lì. Poi, quando finalmente sono entrato in Praza do Obradoiro, le lacrime hanno lasciato spazio a un sentimento ben preciso: dentro di me albergava soprattutto un profondo senso di fierezza. Posare lo zaino e guardare la Cattedrale sapendo da dove ero partito e cosa avevo superato è stata la vera vittoria. La vera meta è il viaggio.
«La vera meta è il viaggio.»
8. In che modo questa esperienza ti ha cambiato al rientro alla quotidianità?
Mi ha insegnato a ridimensionare i problemi e la frenesia di tutti i giorni. Ho imparato a separare ciò che è davvero urgente da ciò che è importante, portando a casa una pazienza e una capacità di ascolto che prima non avevo.
9. Qual è il ricordo o il paesaggio più bello che ti sei portato a casa?
I boschi del Portogallo al mattino presto: il profumo intenso di eucalipto, la nebbia bassa che si dirada tra gli alberi e il suono dei propri passi come unica colonna sonora. Forse la parte che ho preferito del percorso è proprio quella del Portogallo: più autentica, meno persone, la gente per strada ti saluta. Era la mia prima volta in Portogallo.
10. Che consiglio daresti a un tuo coetaneo che sta valutando di fare il Cammino per la prima volta?
Non aspettare la forma fisica perfetta o il momento ideale. Prepara lo zaino togliendo la metà di quello che pensavi di metterci, indossa scarpe già ben collaudate e fidati del percorso: la strada ti restituisce sempre esattamente ciò di cui hai bisogno. Resta una delle esperienze migliori che potessi fare nella vita.
UN CAMMINO CHE CONTINUA
Forse il senso di questo viaggio sta proprio nelle ultime parole di Matteo. Santiago non rappresenta soltanto un punto d’arrivo segnato sulla mappa. È il luogo in cui ci si ferma, ci si guarda indietro e si comprende quanta strada è stata fatta.
Da Angri a Porto, da Porto a Santiago. Migliaia di passi, pochi chili sulle spalle e una certezza in più: a volte bisogna semplicemente iniziare a camminare per capire dove si può arrivare.
A.R. | Redazione