
Nella storia della letteratura italiana trova sempre più posto Domenico Rea, giornalista e scrittore di romanzi, tra cui il fortunato Ninfa plebea che gli valse il prestigioso Premio Strega nel 1993, sei mesi prima della morte. Eppure Rea, nato e morto a Napoli, ha vissuto larga parte della sua infanzia e adolescenza nel luogo d’origine della sua famiglia, Nocera Inferiore, che ha trasposto nelle sue opere letterarie col nome di Nofi, e proprio Nocera conserva le sue spoglie nel cimitero cittadino.
La figlia dello scrittore, Lucia, in occasione delle celebrazioni per il Centenario della nascita dell’illustre genitore nel 2021 ha deciso di donare all’Università di Salerno un prezioso fondo di carte manoscritte, dattiloscritte e appunti vari, molti di essi inediti che vanno a completare quello già esistente presso l’Università di Pavia.
Dopo un grande e paziente lavoro di digitalizzazione e spoglio è nato un libro intitolato “Andavo a piedi scalzi in questa fiaba – Domenico Rea poeta, lettore-critico e recensore di poesia”, curato dal Professore Vincenzo Salerno, associato di Letterature comparate presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’UNISA, nonché direttore del Centro di Ricerca “Domenico Rea”.

Il libro, edito da D’Amato editore e presentato giovedì 18 settembre 2025 negli spazi della Biblioteca comunale nocerina, è un tassello che mancava nella conoscenza dello scrittore, e permette di ricostruirne il profilo umano e intellettuale, nonché l’ambiente letterario e gli stimoli che da esso ebbe, come gli incontri con Montale a Napoli, Ungaretti, Quasimodo, tutti poeti che come Rea avevano il mare addosso – Genova, Alessandria, la Sicilia e Napoli.

Il titolo scelto prende spunto da una poesia inedita, un foglio battuto a macchina con la data “5 febbraio 1965” conservato nell’Archivio salernitano. Un’opportunità di valorizzazione dell’agro che è stata terra di ispirazione e porto sicuro per lo scrittore e che deve saper mettere in luce i suoi cittadini migliori.
A piedi scalzi
Vasto orizzonte e al limite
la selva. Da levante
vaghe tracce di fosforo, le strade
nel senso del vallone.
Calante a giri astuti l’airone
ed il torrente asciutto. Le bufere
dimenticate agli orli dei canneti.
Le rane i grilli e a sera
vespero in cielo, lucciole vaganti
e i fantasmi lunari da ponente.
Andavo a piedi scalzi in questa fiaba
senza ritorno, limite, il silenzio,
la castità dei moti e dei pensieri.
Giuseppe Pio Troisi