Il Movimento 5 Stelle nasce 17 anni fa come una barzelletta che a un certo punto ha smesso di far ridere e ha cominciato a far paura a tutti “quelli giusti” fin lì. Oggi, nel giorno in cui si festeggia uno dei miei Santi preferiti, tra l’altro 800 anni dopo la sua morte, onoriamo anche la vita del M5S.
Correva l’anno 2009, Beppe Grillo, comico con velleità da profeta apocalittico, e Gianroberto Casaleggio, l’uomo che vedeva il futuro su un algoritmo, decidono che l’Italia non ha bisogno di un partito ma di un blog con le gambe.

Il Vaffa Day diventa programma politico, dopo ke prove fatte col Popolo Viola, uno o due anni prima, la democrazia diretta diventa click, Rousseau è la piattaforma che avrebbe dovuto salvare il mondo anche se si impallava se due persone votavano contemporaneamente, i limiti della tecnologia dei tempi. Eppure funzionava, perché intercettava una rabbia vera. Gente stanca di vedere sempre le stesse facce che spiegavano che non c’erano alternative.Poi arriva l’onda. Le parlamentarie, i meetup, la gente comune che finalmente entra in Parlamento senza aver mai fatto un consiglio comunale. In mezzo a loro quelli che ci credevano davvero.


Alessandro Di Battista, Dibba, il passionario, quello che parlava di politica estera come se avesse letto più di un titolo su Facebook, che partiva per un tour in moto per ritrovare se stesso e finiva per ritrovare consensi. Oggi, senza il tumore, sarebbe un baluardo di quel trasversalismo tecnosocialista morto.

Luigi Di Maio, il ragazzino di Pomigliano che da steward e bibitaro allo stadio si ritrova vicepresidente della Camera e poi ministro, con quella faccia da bravo ragazzo che tua madre vorrebbe come genero e che i talk show volevano come bersaglio. E Danilo Toninelli, poi, l’uomo che doveva costruire ponti e che ha costruito soprattutto meme, il simbolo perfetto di cosa succede quando prendi una persona perbene, la butti nel ministero più complicato d’Italia e la lasci lì con un casco giallo e tanta buona volontà.

E poi le sindache. Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino, due donne mandate al fronte a mani nude contro città che non vengono amministrate, vengono esorcizzate. A loro è stato chiesto di fare i miracoli in due capitali moralmente fallite, con bilanci disastrati e buche che avevano la cittadinanza onoraria. Hanno sbagliato, certo, hanno fatto pastrocchi, ma sono state anche le uniche a cui è stato misurato ogni singolo cassonetto non raccolto come se fosse un crimine contro l’umanità, mentre i loro predecessori venivano applauditi per aver tenuto la città in piedi con lo scotch. L’impunità della politica di palazzo, applicata brutalmente.Il problema, fin dall’inizio, è sempre stato lui. Grillo. Il padrone. L’uomo che ha inventato il Movimento per superare i partiti e poi si è comportato come il segretario più padronale della storia della Prima Repubblica. Il garante, il comico garante, quello che un giorno ti benedice e il giorno dopo ti caccia perché hai pensato con la tua testa. Un capo che diceva di non voler essere capo e che per questo decideva tutto. Ha creato uno strumento potentissimo e poi ha passato gli anni successivi a smontarlo pezzo per pezzo ogni volta che lo strumento provava a camminare da solo. Senza Grillo non sarebbe mai nato, ma con Grillo non sarebbe mai cresciuto. Questa è la tragedia. Uno che voleva governare con CasaPound, salvo poi salutarli senza spiegazioni. Uno che definì Draghi un “grillino” con quest’ultimo (Draghi) che piazzò Di Maio nei Paesi del Golfo a fare da referente europeo lì.Quando Grillo si stufa del suo stesso giocattolo, arriva Giuseppe Conte. L’avvocato prestato alla politica, l’uomo che sembra uscito da un governo tecnico e che invece si scopre animale politico più scaltro di tutti. Conte prende un Movimento dato per morto, dimezzato, litigioso, tradito, e gli dà una seconda vita. Lo porta fuori dai Vaffa e lo mette dentro una visione progressista, gli cuce addosso un cappotto di credibilità internazionale, gli fa dire cose di sinistra senza dover chiedere scusa a Rousseau. Pur tenebdosi trasversale comunque.E poi arriva il capolavoro dell’ironia della storia, il campo largo.
L’alleanza con il PD. Il Partito Democratico, quell’enorme condominio che occupa tutta la sinistra e non lascia le chiavi a nessuno, il partito che ha una fame da anoressica eppure ingoia tutto quello che gli si avvicina. Il PD che per anni ha spiegato che i 5 Stelle erano populisti, barbari, incompetenti, e che ora li vuole abbracciati stretti stretti, ma solo se stanno zitti e buoni e fanno da cespuglio decorativo. Il campo largo è un appartamento di quaranta metri quadri dove il PD occupa il letto matrimoniale, il divano, la cucina e il bagno, e al M5S lascia lo zerbino con scritto “ACCOMODATEVI, MA NON TROPPO”. Tutti schiacciati, tutti sorridenti, tutti impegnati a dire che l’unità è importante mentre si contano le sedie.

Il Movimento oggi è lì, in mezzo, schiacciato ma vivo. Ha perso la rabbia adolescenziale, ha perso qualche pezzo, ha perso il blog, ma ha guadagnato una cosa che Grillo non aveva previsto, una storia. E se deve stare stretto con il PD per non far tornare quelli di prima, starà stretto. O andrà da solo.Chissà, intanto festeggia i suoi 17 anni di storia. In un Paese in cui nasce e muore un partito ogni 2 giorni, quasi come un bambino in Africa.

Felice Vicidomini