UCRAINA, PALESTINA, AFRICA, SUD AMERICA E INDO-PACIFICO: TUTTI I CONFLITTI DEL 2025.
Un rapido ma importante excursus in tutti gli scenari bellici mondiali.

L’anno che sta per concludersi ha visto l’esplodere, il deteriorarsi, o il parziale congelamento, di numerose tensioni globali che hanno riportato lo spettro della guerra al centro delle cronache dei media e delle opinioni pubbliche mondiali. Non che sia una novità; l’ormai celebre espressione di Francis Fukuyama sulla “fine della storia” è stata ampiamente sconfessata e forse non è mai stata del tutto vera, ma solo una mera “speranza” della narrazione occidentale (Europa+Stati Uniti) di essere rimasti gli unici in grado di controllare il mondo dopo il crollo dell’Urss e che la guerra fosse uno strumento del passato, ma le cose non sono andate così (purtroppo).
Ciò premesso, sorvoleremo i teatri delle crisi come un drone (stavolta a scopo civile) per documentare lo stato delle cose. Partiamo:
Europa: la guerra in Ucraina e la minaccia russa

La guerra in Ucraina resta l’area di crisi principale per la sicurezza europea. Tra un piano di tregua/pace in 20 punti degli USA di Trump (per molti versi in stile Gaza) poi modificato dagli europei e conseguenti tensioni diplomatiche, rapporti con Zelensky più bassi che alti e il tergiversare del Cremlino sui negoziati, le armi continuano a mietere vittime innocenti. Gli ultimi sviluppi non aiutano: lo schieramento in Bielorussia di missili balistici russi rappresenta un’altra minaccia alla stabilità strategica del continente; a ciò si aggiunge un inasprimento delle azioni di guerra ibrida attuate da Mosca contro l’Europa (vedasi cyberattacchi contro aeroporti e sistemi informatici). Di particolare interesse è la narrazione che la propaganda di Putin sta mettendo in atto nei confronti di alcuni Stati ai suoi confini (Paesi baltici e Finlandia), la stessa utilizzata per l’Ucraina prima dell’invasione: discriminazione delle minoranze russofone e diffusione di politiche naziste. Uno scenario che impatta anche su di noi(rincari delle bollette energetiche) e che sembra ancora lontano dalla risoluzione (altro che 48 ore).
Medio Oriente: tregua senza pace

Nonostante la tregua raggiunta a Sharm-el Sheikh in ottobre, a seguito delle pressioni americane su Israele e Hamas, il clima è ancora incerto. La situazione umanitaria a Gaza resta drammatica e permangono dubbi sul passaggio dalla fase 1 del piano Trump alla ben più complicata fase 2, che riguarda il disarmo dell’organizzazione terroristica e la futura governance della Striscia. A giugno vi è stato anche il conflitto diretto tra lo Stato ebraico e l’Iran (guerra dei 12 giorni), iniziato con il bombardamento israelo-americano dei siti nucleari di Teheran, che ha colpito a sua volta il territorio israeliano con missili e droni. Inoltre, a settembre diversi paesi occidentali (Francia, Regno Unito, Canada, Australia e Portogallo) hanno riconosciuto ufficialmente la Palestina all’Assemblea generale dell’ONU. Altre tre vicende: schermaglie in Libano (recente attacco IDF alla missione Unifil), l’incognita Siria, dove l’ex terrorista Al-Sharaa è sceso a patti con Washington ma rimane ostile a Israele e la catastrofica situazione umanitaria in Yemen, complicano ulteriormente il ginepraio mediorientale.
Venezuela: il rischio di una crisi militare nel “cortile di casa” degli Usa

L’ammassamento di forze aeronavali statunitensi nell’area caraibica fa presagire la possibilità di un’azione militare, volta non solo a eliminare i narcotrafficanti, ma anche a deteriorare irreparabilmente la tenuta del regime socialista di Maduro, sperando in un sovvertimento popolare e/o da parte dell’opposizione politica sostenuta da Washington (il premio Nobel a Maria Corina Machado lo dimostra). Caracas ha mobilitato le sue forze armate e gode del sostegno militare russo (sono giunti nuovi sistemi di difesa aerea, istruttori e forze paramilitari) e di quello diplomatico di Paesi ostili agli Stati Uniti. La narrazione della Casa Bianca – riguardante le concessioni per lo sfruttamento di idrocarburi in Venezuela – è solo un paravento del ritorno di una politica strettamente allineata alla dottrina Monroe (allontanamento della presenza non americana nel continente). Se lo zio Sam si sta disimpegnando dall’Europa, sta tornando a mettere le mani in America Latina.
Nigeria, Sudan e Libia: l’Africa continua a bruciare



- Nigeria: il nostro Felice Vicidomini ne ha già parlato in un articolo dedicato(vi invito a leggere il pezzo se vi fosse sfuggito). Ora parliamo degli ultimi sviluppi legati all’intervento Usa contro alcune basi militari dell’Isis e di Boko Haram nel nord del paese. Anche qui, dietro la retorica della difesa dei cristiani locali (brutalmente preseguitati), viene fuori la realtà legata alle risorse petrolifere di cui Abuja è ricchissima, in più è uno degli Stati a maggior tasso di crescita demografica al mondo. Ne sentiremo parlare ancora.
- Sudan: il conflitto ha prodotto effetti devastanti sulla popolazione, in particolare con la caduta di El-Fasher, conquistata a ottobre dalle Forze di Supporto Rapido (RSF), impegnate da tempo in una lotta per il potere contro le forze regolari nella regione del Darfur, dove gli sfollati sono abbandonati al loro destino e ignorati dalle manifestazioni civili(non esiste solo la Palestina). I paesi del Golfo(Arabia Saudita da una parte ed Emirati Arabi dall’altra) sono coinvolti nella crisi e cercano così di espandere la loro influenza.
- Libia: una vecchia storia, ma in continua evoluzione. Due fazioni, Tripoli (il cui capo di stato maggiore è morto di recente in Turchia per un incidente aereo) e il generale Haftar a Tobruk, si contendono il paese a sud dell’Italia dalla fine di Gheddafi. Tra influenza russa, milizie armate ovunque e scafisti che controllano i traffici di immigrati(chiedere ad Almasri), non se ne viene a capo.
Taiwan e Mar Cinese Meridionale: perché il Pacifico è sempre più instabile

Qui ancora non si combatte, ma è opinione pressoché unanime tra gli analisti che il Sud-est asiatico sarà il quadrante globale del futuro, tra immani interessi economici e tensioni militari. Taiwan ne è la prova: la Cina comunista di Xi Jinping la vuole a tutti i costi, sia per riunificarla a sé sia ,soprattutto, per impossessarsi dei preziosissimi microchip dell’isola, di cui il governo locale detiene un monopolio pressoché assoluto, tanto da venderli alla multinazionale americana Nvidia. Ovviamente a Washington non staranno a guardare(i dazi di Trump sono prima di tutto una clava contro Pechino), ma anche il Giappone è preoccupato; infatti la neopremier Takaichi(prima donna a capo dell’esecutivo di Tokyo) sta riarmando il suo esercito e ha dichiarato che un attacco a Taiwan sarebbe una minaccia alla sicurezza nipponica. Nel frattempo, Thailandia e Cambogia hanno avuto prima schermaglie, poi tregua mediata dagli Usa, ancora scontri e ancora cessate il fuoco e non dimentichiamoci di India e Pakistan, nemici da sempre per motivi religiosi(indù i primi, islamici i secondi) e dotati di armi nucleari.
So che siamo in tempo di vacanze natalizie, dove si cerca di essere spensierati e farsi quattro risate(e chi se non meglio di Checco Zalone), ma allo stesso tempo non possiamo sfuggire alla cruda realtà. Tuttavia, due o tre cose le possiamo fare: informarci, discuterne e, per chi crede, rivolgersi a qualcuno sopra di noi e a suo figlio nato l’altro ieri, affinché prima o poi le armi tacciano e le controversie tornino a risolversi con la diplomazia e il dialogo.
Pax vincit omnia
Luca Cavaliere