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PRETI CONTRO IL GENOCIDIO: UNA VOCE DI PACE PER LE STRADE DI ROMA

PRETI CONTRO IL GENOCIDIO: UNA VOCE DI PACE PER LE STRADE DI ROMA
  • PubblicataSettembre 24, 2026

Succede che abbiamo il Diesel a 2 euro e 50, la benzina quasi, ma l’Italia, il governo Meloni, gemello buono di un governo a trazione campolarghista, ed è tutto un dire, esulta per il nucleare.

Intanto, sempre Meloni, appoggiata da PD e Renzi, oltre a Lega, Noi Moderati e Forza Italia, continua l’asse Roma-Tel Aviv all’insegna della compravendita di armi. Finanziando il genocidio.

Ironico pensare che questo governo abbia così a cuore i bambini pslestinesi da creare armi che vende ad Israele per ammazzarli.

È un modo, secondo loro, per combattere fame e terrorismo. Fac simile della dottrina USA. Se i bambini sono morti, beh, non soffrono la fame nè possono ammalarsi.

Foto di Famiglia Cristiana®, da cui ho preso la notizia.

Da San Pietro alla sede di Leonardo, però, sacerdoti e fedeli sfilano per denunciare le violenze in Palestina. Testimonianze, boicottaggio del commercio delle armi e difesa civile non armata per costruire alternative alla guerra. Nello stile di San Francesco, ma con la felpa di azione antifa. Sembra grottesco, ma è pretty accurate.

Cento preti contro il genocidio. Forse pochi, secondo qualcuno, lo stesso qualcuno che chiamerebbe zecche comuniste chiunque sia vagamente meno intorpidito, per usare un complimento, dalla propaganda dei figli di Sem.Più che sufficienti, invece, per chi ricorda che, attorno a Gesù, erano in dodici e uno lo tradì. Hanno sfilato per le strade di Roma, dalla parrocchia di Santo Spirito in Sassia, a due passi da San Pietro, fino alla piazza davanti alla sede di Leonardo spa, azienda che ha siglato accordi commerciali in armamenti con Israele.

Tra l’altro con conflitti d’interesse, visto che Macrì ha la tessera di Fratelli d’Italia. AURA.

Hanno cantato in italiano, francese, inglese, hanno pregato per il popolo libanese e per i martiri palestinesi. Con loro volavano gli aquiloni, simbolo di quelli che i bambini di Gaza non possono più far volare per non essere colpiti dai droni.”In realtà, anche se nel nome resta il Cento preti, siamo oltre 2600 da 57 Paesi diversi, con tre cardinali e 27 vescovi” spiega don Rito Maresca, iniziatore della rete.

Don Rito Maresca è parroco di Santa Maria di Galatea, Piano di Sorrento, Napoli, e racconta che tutto nasce da un appello di una suora italiana che vive in Giordania. Suor Giovanna aveva scritto un post su Facebook, un anno fa, dicendo perché la Chiesa non dice niente, perché i preti non dicono niente, perché non si organizza un momento di preghiera al Quirinale. “L’ho incontrata e un gruppo di noi sacerdoti si è detto che dovevamo ascoltare questa donna. Ci siamo chiesti se potevamo fare qualcosa e abbiamo pensato che ciascuno di noi può fare la differenza. Noi sacerdoti, ma anche voi giornalisti, tutte le persone. Ci siamo autoconvocati e abbiamo stilato un documento. Non ci aspettavamo che ci fosse una adesione così immediata”.

“Tra i sacerdoti che” dice don Rito, “sperano di non ritrovarsi qui l’anno prossimo perché significherebbe che non c’è più bisogno e le popolazioni vivono in pace, ci sono anche suore e gente comune”.Sfila Suor Geneviève, la piccola sorella di Gesù, che tutti ricordano in piedi, accanto al feretro di papa Francesco. “Questa manifestazione è molto importante”, dice. Precisando che “non siamo contro Israele, ma contro chi comanda, in Israele e non solo”.Padre Alex Zanotelli aggiunge che è fondamentale essere lì come preti contro il genocidio. Perché questo significa anche riportare ciascuno nelle proprie comunità quello che avviene e svegliarle. “Questo è un primo passo fondamentale, che le comunità cristiane prendano coscienza di ciò che sta avvenendo e si muovano” dice. “Seconda cosa, è importante tradurre questa consapevolezza in prassi non violenta. Terzo boicottare le banche che danno soldi a Israele per acquistare armi. Se tutte le parrocchie decidessero di boicottarle metteremmo in crisi un sistema, come abbiamo fatto con il Sudafrica. Così si fanno passi in avanti”.

Un po’ di speranza viene anche dalla risposta della società civile e delle comunità cristiane. C’è una sensibilità che, ancora intonsa dall’idiocrazia verticale tiktokisna, cresce e uno sgomento di fronte in generale al clima di guerra. I pazzi di questa terza guerra mondiale si stanno pericolosamente armando e minacciando, il mosaico si sta componendo in maniera spettrale. Mentre loro giocano a chi ce l’ha più grosso (il missile), fuori dalla portata di un click, muoiono bambini.

Ma credo che noi cristiani abbiamo una parola nuova, rivoluzionaria e pacifica, che è la parola della nonviolenza, della diplomazia, dell’obiezione di coscienza. Democratica ma anarchica, ribelle ma gentile, popolare ma di classe.E vedere, per esempio, che sono arrivate 50mila firme per il disegno di legge sulla difesa civile non armata e non violenta è una delle risposte di speranza ANCHE al conflitto israeliano-palestinese.

Non solo marce e parole, ma solidarietà concreta. Come quella che ha portato don Davide Ferrini, della diocesi di Faenza, in Romagna, a visitare la Cisgiordania. Siamo qui, spiega, perché non possiamo tenerci dentro quello che abbiamo nel cuore. Dobbiamo portare parole di pace, di riconciliazione e possiamo farlo nelle piccole cose anche quotidiane di ogni giorno. Dal viaggio in Palestina mi sono portato dietro le parole che ci ha affidato un capo villaggio assediato dai coloni. Ci ha detto che possiamo fare tanto nel nostro Paese e di non dimenticare quello che abbiamo visto. A Taybeh, villaggio interamente cristiano, sono rimasti 1068 abitanti, altre quattro famiglie numerose sono andate via proprio qualche giorno prima del nostro arrivo. E abbiamo visto una situazione davvero brutta. Eravamo circondati, con uno spazio sempre più ristretto. Non siamo andati a Gaza, ma vedevamo gli aerei militari che andavano verso la Striscia.

E poi nei villaggi della Cisgiordania abbiamo vissuto questo strangolamento. La terra attorno alle case si restringe sempre di più circondati da forze che stringono, stringono, stringono. Noi abbiamo cercato di portare la nostra solidarietà, la nostra amicizia, la nostra disponibilità a essere la loro voce. Don Davide parla di una situazione diventata insostenibile negli ultimi anni e della grande resistenza interiore, spirituale, umana. Hanno incontrato anche il cardinale Pizzaballa, veramente sofferente. Era di ritorno da un mancato colloquio con un rabbino che ha dichiarato che bisogna sterminare tutti i palestinesi. Per il cardinale, che ha dedicato la vita al dialogo con gli ebrei e con la cultura ebraica è stato un grande dolore. Anche se lui non demorde e continua a cercare legami con una società diversa, continua a gettare semi che speriamo portino frutti per una società migliore. Intanto noi, qui in Italia, portiamo il battito del nostro cuore in sintonia con il loro.

E mentre si agitano i cartelli e si leggono i nomi delle centinaia di bambini uccisi a Gaza e in Libano dopo la dichiarata tregua, don Nandino Capovilla sottolinea: “Siamo un segno per dire che il tempo del silenzio è finito e non si può concedere a Israele questa impunità”.Perché, conclude padre Moreno Versolato, cappellano di Rebibbia, “… Crediamo nell’umanità e desideriamo che possa vivere e non morire. In Palestina è stato di recente, accompagnato proprio dalla benedizione dei suoi detenuti. Uno per uno mi hanno segnato la fronte con la croce prima di partire. Da una sofferenza all’altra. Ho visto in particolare il dramma delle donne e dei bambini. Gli uomini sono in carcere o uccisi o hanno perso il lavoro perché gli hanno sospeso i permessi e così sono le donne a far andare avanti l’economia con tanti sacrifici. Noi abbiamo portato la nostra solidarietà.

È importante non farli sentire soli. E poi abbiamo visto la tenda delle nazioni dove abbiamo trovato dei giovani italiani che fanno da sentinelle nei villaggi assediati dai coloni. Un gesto molto concreto, quello di andare di notte nelle case dei palestinesi perché loro possano dormire, mentre gli italiani vegliano. Perché è di notte che i coloni, che prima impiantano tutto attorno le loro città, scendono per appropriarsi delle case dei palestinesi. E così, per difendere le proprie abitazioni le famiglie sono costrette a stare sveglie di notte. I volontari fanno sì che possano riposare.

Nel deserto di Giuda abbiamo visto il lavoro cresciuto attorno a due suore comboniane che fanno alfabetizzazione digitale e scuola di ricamo. Sembrano gocce nel deserto, ma sono anche semi di un mondo nuovo possibile”.

Dall’altro lato l’asse Meloni-Salvini-Gonna Lunga si accorda, in tempo zero, per far approvare stabilicum, legge sul nucleare e il DDL Caccia tutto. Adesso Roggero potrà dire che rincorreva, sì, un uomo, ma lo credeva una preda da cacciare. Anni di piombo 2.0, ma legittimati dal pretesto venatorio.

Non so se creperemo prima di noia, di fame od esplosi da chi ci crede cervi o cinghiali.

FELICE VICIDOMINI

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