COCA COLA E LE MANI SULL’ACQUA: LA STORIA DEL MESSICO CAPITALISTA
Quando l’oro blu diventa business: pozzi, concessioni e comunità a seccoIn Messico dicono che ci sono più pozzi di Coca-Cola che scuole.
È un’esagerazione, forse, ma rende l’idea di un conflitto che va avanti da decenni: da un lato comunità rurali senza acqua potabile, dall’altro impianti di imbottigliamento che estraggono milioni di litri al giorno da falde già in crisi.
La storia del Messico è la storia di come l’acqua, bene comune e diritto umano, sia diventata una merce.
E di come il modello “capitalista dell’acqua” abbia lasciato intere regioni in ginocchio.
1. San Cristóbal de las Casas, Chiapas: “Abbiamo Coca-Cola, ma non abbiamo acqua!”
Nel sud del Messico la contraddizione è più visibile che altrove. A San Cristóbal de las Casas 1 famiglia su 3 non ha acqua corrente tutti i giorni. I camion cisterna passano, l’acqua costa, si raziona.
A 10 km di distanza, lo stabilimento FEMSA Coca-Cola di Tovashá estrae dalla falda 1 milione di litri al giorno. Ha concessioni rilasciate negli anni ‘90, quando la scarsità idrica non era ancora un’emergenza nazionale.Gli abitanti hanno un detto: “Preferiamo bere Coca-Cola perché è più sicura dell’acqua del rubinetto”. È la frase più amara e più vera: quando l’acqua pubblica manca o è inquinata, la bibita diventa l’unica alternativa. Un circolo vizioso: meno acqua pubblica → più bibite → più prelievi di falda → meno acqua per tutti.
2. Puebla e le concessioni “eterne”:
Lo stabilimento di Huejotzingo, Puebla, è uno dei più grandi al mondo. Anche qui la storia si ripete: concessioni idriche a lungo termine, tariffe agevolate, estrazioni massicce da una zona che soffre siccità stagionali.
Nel 2017 la popolazione di Santa María Zacatepec ha bloccato l’apertura di un nuovo impianto. Dopo mesi di proteste, il governo ha sospeso il progetto.
Ma le concessioni vecchie restano attive e, mentre le famiglie fanno i turni per l’acqua, l’imbottigliamento continua 24 ore su 24.
3. Il modello capitalista dell’acqua in 3 mosse:
Quello che è successo in Messico è un manuale, purtroppo replicato in Colombia, India, Sudafrica:
1. Privatizzazione della risorsa: negli anni ‘90 il Messico ha riformato la legge sulle acque. Le concessioni a privati sono diventate la norma. Chi ha capitale, ha pozzi.
2. Esternalizzazione del costo: le comunità pagano la scarsità. Tagli, razionamenti, pozzi privati sempre più profondi. L’azienda paga una tariffa per concessione che non riflette il vero valore della risorsa né il danno ambientale.
3. Creazione del bisogno: dove l’acqua pubblica manca, si vende acqua in bottiglia. Coca-Cola non vende solo bibite. Vende “idratzione” in territori dove l’acqua di rubinetto non è garantita.
Cambiamento climatico + estrazione = collasso
Il Messico è tra i Paesi più colpiti dal cambiamento climatico in America Latina. Siccità più lunghe, piogge più intense ma brevi, falde che non si ricaricano. Estrarre milioni di litri da falde che non si rigenerano è come svuotare un conto in banca senza versare nulla. A León, Guanajuato, la falda si abbassa di 2 metri all’anno.
A Mexicali, al confine USA, gli agricoltori protestano perché l’acqua finisce alle multinazionali e non ai campi.
Le resistenze: acqua è vita, non merce
Dal Chiapas a Puebla, dal Messico centrale al nord, sono nate decine di “difese dell’acqua”. Comunità indigene, contadini, studenti. Chiedono 3 cose semplici:
1. Revoca delle concessioni in zone a stress idrico alto.
2. Tariffe reali basate sul costo ambientale e sociale, non solo amministrativo.
3. Gestione pubblica e comunitaria dell’acqua. In molte comunità zapatiane del Chiapas l’acqua è gestita direttamente dai villaggi, senza multinazionali.

Dopo anni di lotte, nel 2021 il Messico ha inserito il diritto umano all’acqua nella Costituzione. Ma tra la legge scritta e i rubinetti aperti c’è ancora un abisso.
Conclusione: la domanda è politica
La storia di Coca-Cola in Messico non è solo la storia di una multinazionale. È la storia di un modello: quando l’acqua diventa business, chi ha soldi beve, chi non li ha raziona.La domanda che pongono le comunità messicane è la stessa di La Calera in Colombia: “Chi decide a chi appartiene l’acqua?”
Finché la risposta sarà “il mercato”, ci saranno pozzi sempre più profondi e comunità sempre più a secco.
Quando forse la risposta sarà “il popolo”, l’acqua tornerà ad essere quello che è: un bene comune, non una bottiglia sullo scaffale. Fino ad allora io mi batterò e creerò consapevolezza nei lettori.
Felice Vicidomini